Quando il gioco diventa ludopatia, analisi del fenomeno

Quando il gioco diventa ludopatia, analisi del fenomeno

quandoilgiocoLa propensione al gioco è presente in ognuno di noi? Forse potremmo tutti definirci giocatori occasionali (scommettiamo in occasione dei Mondiali di calcio) o regolari (vedi i “gratta e vinci”). In questi casi il gioco rappresenta un passatempo, un’attività piacevole, il sogno di una vincita che permetterebbe di abbandonare una quotidianità forse un po’ noiosa e frustrante, ma, per il giocatore d’azzardo patologico il gioco è tutto, non esistono stimoli altrettanto forti; infatti anche quando non gioca può trascorrere il suo tempo elaborando delle probabilità di vincita o studiando delle schedine.

In più nei luoghi del gioco incontra persone che condividono la sua stessa passione, che non lo disapprovano come possono al contrario fare familiari e amici. In questi luoghi si sente a suo agio, prova un senso d’appartenenza che può essere forte quanto il desiderio intenso di vincita.

Le motivazioni al gioco possono essere diverse: il desiderio di vincere denaro, di procurarsi una vita sociale più ricca, di vincere la noia ma esistono studi interessanti relativi al ruolo di altre variabili quale, ad esempio, l’autostima.

Si è ipotizzato, infatti, che una scarsa autostima possa rendere un individuo particolarmente vulnerabile alla nascita di ossessioni che gli permettono di liberarsi dalla bassa considerazione che ha di sé permettendogli di immaginarsi come ricco, potente, ricercato. Ogni giocatore in realtà è storia a sé. Possono esserci caratteristiche comuni ma è fondamentale cogliere la specificità di ogni caso sia nelle motivazioni che hanno portato al gioco compulsivo, sia nella gestione di questa problematica da parte del soggetto e del suo sistema relazionale.

Per ottenere un quadro il più possibile completo della dipendenza dal gioco d’azzardo, è necessario considerare il ruolo che familiari e amici possono svolgere nell’insorgenza e/o nel mantenimento di quel comportamento. Inoltre è sicuramente necessario considerare l’impatto che tale patologia può avere su questi e il ruolo che essi possono svolgere nel sostenere il soggetto che abbia intrapreso un percorso di recupero.

Inizialmente il giocatore appare come una persona attiva, piena di risorse, fortunata, brillante e generosa, tende infatti a condividere le sue vincite con gli altri.

Quando il gioco inizia a intensificarsi – e quando di conseguenza le perdite diventano più frequenti – il giocatore inizia a mentire.

Parlerà esclusivamente delle vincite, utilizzerà il denaro messo da parte dalla famiglia, mentirà sui prestiti richiesti e sui debiti contratti.

Se inizialmente il partner ignora la situazione, i primi dubbi sorgeranno quando lo stile di vita comincerà a modificarsi in modo più visibile:

le assenze del coniuge più frequenti e lunghe;

il diminuito interesse per le vicende familiari;

le prime telefonate di creditori spazientiti che esigono la restituzione del prestito.

Le giustificazioni che il giocatore fornisce non sono più sufficienti, la verità emerge. Il partner – finora all’oscuro di tutto – si trova di fronte a un coniuge disperato che si scusa e giura che non giocherà mai più.

L’altro gli crede perché gli vuole bene, perché ha comunque fiducia in lui, forse perché prova dei sensi di colpa e anche perché c’è un’immagine sociale da salvaguardare.

Eccolo allora che cerca di aiutarlo vendendo oggetti di valore personali, umiliandosi a chiedere prestiti in banca, ai parenti – nascondendo però le cause del prestito – compiendo cioè azioni che lo portano ad assumersi responsabilità che spetterebbero invece al coniuge giocatore dipendente.

Se la situazione inizialmente sembra migliorare, in realtà precipita. Il giocatore dipendente presto ricomincerà a giocare e – non potendo più chiedere prestiti – potrebbe arrivare a compiere anche azioni illegali.

Spesso sono proprio eventi di questo genere che spingono alla decisione di richiedere un aiuto professionale. Questo diventa l’unica possibilità per tentare di ricostruire un sistema familiare non in grado di gestire una situazione di disagio, conflittualità e grave rischio per un adeguato sviluppo socio-emotivo degli eventuali figli presenti.

Ma cosa accade nel sistema familiare di un giocatore problematico? le situazioni possono essere diverse: ad esempio ci sono coniugi di partner giocatori dipendenti che, esasperati, lasciano il compagno decidendo di non assumersi più alcuna responsabilità. Così come ci sono figli di giocatori compulsivi che sviluppano comportamenti antisociali e violenti, altri invece atteggiamenti di chiusura e solitudine. Anche i rapporti con i parenti, i vicini, i colleghi di lavoro possono essere i più diversi.

Il recupero è certamente possibile pur prospettandosi come faticosolungo e complesso.

Gli approcci che appaiono più utili prevedono:

terapie individuali;

terapie familiari e di gruppo;

gruppi di auto-aiuto;

sostegno da un punto di vista legale.

I trattamenti più vincenti risultano essere che prevedono l’intervento e la collaborazione di diversi professionisti.

A mio avviso il messaggio più importante è la  prevenzione. Si dovrebbero mettere in atto interventi che favoriscano la conoscenza di questo tipo di patologia in modo da contenerne lo sviluppo. Prevedere adeguati interventi di recupero. Un giocatore patologico non può essere lasciato a sé stesso perché non si può guarire né imparare a controllare una dipendenza da soli.

Inoltre credo che una particolare attenzione preventiva debba essere rivolta agli adolescenti e ai giovani.

 

Cristina Chiarello, psicologa e psicoterapeuta famigliare -3930520627

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