Grecia, l’esito dei negoziati tradisce gli ideali dell’Unione?

Grecia, l’esito dei negoziati tradisce gli ideali dell’Unione?

bandieragreciaDopo settimane in cui si sono rincorse con insistenza le voci su accordi raggiunti e poi improvvisamente falliti tra il Governo greco e i creditori europei, in cui si è discusso sugli scenari apocalittici di un fallimento economico e conseguente uscita dalla moneta unica e da parte della Grecia, dopo mesi in cui abbiamo imparato a conoscere i nomi e le facce di grigi burocrati che governano e decidono le sorti del continente e acquisito familiarità con nozioni di politica economica altrimenti sconosciute, parrebbe che la fine di questa lunghissima e tristissima telenovela in salsa euro-greca sia ormai prossima.

Sarebbe questo l’esito delle 17 drammatiche e ininterrotte ore al tavolo delle trattative al termine del quale i diretti interessati hanno annunciato urbi et orbi, ma per niente raggianti, l’avvenuta intesa sebbene, stando ai contenuti della proposta di accordo, una pletora di economisti e analisti politici sono concordi nel definire le condizioni imposte al Governo di Atene per lo sblocco di un terzo piano di salvataggio pari ad 86 miliardi di euro come estremamente rigide e, per certi versi, «umilianti».

Nel giro di una sola settimana è, infatti, svanito l’effetto “taumaturgico” del referendum con il quale l’intero popolo greco, chiamato ad assumersi la responsabilità sull’esito dei negoziati, aveva inequivocabilmente optato per l’oxi, ovvero il no alla precedente proposta di aiuti formulata dalle istituzioni europee e creditori internazionali, generando un’ondata di entusiasmo che aveva travalicato i confini ellenici e diffusosi in tutta Europa; un «NO» netto e tranciante all’Europa del ricatto finanziario, dell’austerità e del rigore ma soprattutto degli interessi nazionali a scapito della costruzione di una politica comunitaria (un «NO», peraltro, politicamente trasversale che ha finito, paradossalmente, per unire europeisti, nazionalisti ed euroscettici di tutte le nazioni).

La speranza di veder ribaltare la posizione contrattuale delle parti in causa, proprio sulla scorta del plebiscito che ha assicurato a Tsipras il pieno sostegno del popolo greco si è invece spezzata innanzi alla rigidità dei creditori, le cui linee guida sono tracciate dalla coppia MerkelSchäuble, i quali non solo hanno posto l’ultimatum al Governo greco riconfermando le precedenti condizioni ma rendendo ancorpiù (se possibile ) amaro il pacchetto di aiuti destinato a salvare Atene dal default finanziario.

Pur non soffermandoci sui singoli punti dell’accordo in questione sulle quali il Parlamento di Atene è in queste ore chiamato a decidere (dall’aumento dell’IVA, al taglio di stipendi, riforma del sistema fiscale e pensionistico, riforma del processo civile passando per la privatizzazione dei beni pubblici che passeranno ad un fondo destinato a fungere da garanzia per i creditori, una sorta di pignoramento dal valore di 50 miliardi di euro), non è difficile comprendere che le riforme imposte alla Grecia in cambio del salvataggio sferzeranno un ennesimo tremendo colpo ad un Paese e ad un popolo già in ginocchio e provato da 7 anni di crisi e sulle cui spalle ricadono decenni di mala e sciagurata gestione economica e politica.

 

D’altro canto è inaccettabile la conduzione dei negoziati dalla parte europea. La severità che ha sempre contraddistinto i creditori è apparsa, il più delle volte, ai limiti del ricatto e degna del migliore usuraio nonché contraddistinta da una logica punitiva nei confronti di un governo mal tollerato e non già costruttiva e tesa a concedere al popolo greco l’opportunità di rialzarsi e camminare ancora accanto alle altre nazioni europee.

Difficile dire quale delle parti in causa abbia vinto: se Tsipras che dopo mesi di continui tira e molla, bluff ed eclatanti colpi di scena  rivendica l’accordo come l’unico in grado di evitare il grexit e che adesso rischia il tracollo politico in Patria qualora il Parlamento non dovesse approvare la proposta, o i creditori, e quindi le istituzioni UE, il FMI e i vari governi della zona Euro, che possono fregiarsi (come peraltro ammesso dalla stessa Angela Merkel) di aver trovato una soluzione dove «i vantaggi sono più degli svantaggi».

Forse, invece, non sarebbe neppure opportuno parlare di vittoria giacché la sensazione è che abbiano perso tutti questa partita e i volti stanchi e provati dei protagonisti al termine dell’Eurogruppo di  Lunedì ne sono la prova.

Perché 7 anni di crisi, di governi tecnici e di Troika dimostrano non c’è crescita con il rigore e lausterità; perché la sovranità di un popolo è andata a farsi benedire, surclassata da un pragmatismo cinico e spietato che con la democrazia ha ben poco a che vedere; perché lEuropa politica non esiste, esiste invece un’Europa a “trazione tedesca” dove la collegialità lascia posto al decisionismo del Governo di un Paese egemone, come la Germania, che, a rigor di logica, ha maggior interesse nel fare i suoi interessi e dove chi osa opporsi alle linee dettate da Berlino è destinato ad essere spazzato via; perché tutta la vicenda rappresenta un’ennesima disgregazione dell’UE ma, soprattuto, di quei valori fondanti di solidarietà tra popoli che anni di crisi hanno fortemente minato e corroso nel nome delle leggi di mercato e di un capitalismo selvaggio così sordo alle esigenze, i bisogni e le speranze di quella gente comune che sarà chiamata a pagare il prezzo più alto per una giostra che non funziona più.

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