Inaugurazione del comando Pietro Raia articolo 1 di 3. Il discorso del comandante Ignazio Bacile

Inaugurazione del comando Pietro Raia articolo 1 di 3. Il discorso del comandante Ignazio Bacile

Pubblichiamo il discorso che ha tenuto sabato, giorno dell’inaugurazione del comando “Pietro Raia”, il comandante della polizia locale di Bisacquino Ignazio Bacile.acbf17dca076404b2078b0d4b135530d_L

Il fatto che ci siano così tante persone da ringraziare, penso sia un aspetto positivo, tengo a ricordare che questo non è il NOSTRO Comando di Polizia Locale, è il VOSTRO Comando di Polizia locale, è dei cittadini bisacquinesi e di quanti si trovano ad essere ospiti del nostro territorio.

Ultimamente ho visto che molti nuovi Comandi sono stati intitolati ai più recenti caduti in servizio della polizia locale, penso a Nicolò SAVARINO ed ai colleghi Francesco BRUNER e Vincenzo CINQUE, rimasti uccisi nella sparatoria di Napoli. Gli rendiamo onore, a loro va certamente tutto il nostro rispetto ed il nostro cordoglio ai familiari. Non c’è dubbio che il sacrificio della propria vita è il massimo dono che si possa fare. Essi hanno compiuto un gesto che sarebbe istintivo per qualunque lavoratore della sicurezza, come per un carabiniere, un poliziotto o un vigile del fuoco, e cioè agire immediatamente, di fronte a un pericolo, per proteggere le altre persone. Credo che nessuno di noi, che vestiamo un’uniforme, avrebbe avuto la minima esitazione a fare esattamente ciò che hanno fatto questi colleghi. Tuttavia mi chiedo a volte, se dovessi rifletterci sopra per un anno, anziché per un attimo, se poi farei ugualmente quel gesto. Certamente sarebbe molto più difficile farlo, ragionando sulle conseguenze di un atto di coraggio che spesso si traducono in famiglie e figli che rimangono senza un padre.

Allora mi chiedo se non sia altrettanto eroico, se non ci voglia forse molto più coraggio ad affrontare lunghi mesi di malattia, di debilitazione, di permanenza in ospedale, di sofferenza fisica e psicologica nel vedere la preoccupazione e il dolore dei familiari, e nello stesso tempo riuscire a mantenere il sorriso, a dare fiducia e coraggio, a infondere serenità, a non lamentarsi della propria condizione. Credo che anche questo significhi “dare la propria vita” per gli altri, e che non sia meno né diverso che darla in un solo attimo per la propria patria, per l’istituzione, come pure per la propria fede o per il proprio ideale di libertà. Penso sia altrettanto eroica la vita di tanti padri e madri di famiglia che ogni giorno affrontano i mille problemi e difficoltà del vivere quotidiano e lo fanno senza risparmio di sacrifici, in silenzio e senza riconoscimento alcuno e specie in tempi di dura crisi economica, lo fanno con umiltà e con forza d’animo.

La lezione che, personalmente, ho ricevuto dal mio diretto superiore di un tempo, l’ispettore Pietro Raia è proprio questa. Che ci vuole umiltà e forza. Umiltà per poter svolgere il proprio servizio dando a questa parola il suo significato più “cristiano”, e cioè “che chi vuole essere grande deve farsi piccolo”. Significa che chiunque sia stato investito di un’autorità o di un potere non può esercitarlo come forma di prevaricazione, di prepotenza o di arroganza. Ma che deve esercitarlo con l’umiltà, con la comprensione delle ragioni altrui, col sapersi porre come semplice servitore della comunità e non come colui che dispone di fare o non fare qualcosa a proprio piacimento. Umiltà però non significa essere deboli. Non significa indulgere su comportamenti che vanno corretti e se necessario puniti. Così come avere forza non significa fare un uso arbitrario dei propri poteri, non c’è nulla di più squallido del vedere qualcuno cui è stato attribuito un servizio pubblico comportarsi da forte coi deboli e da debole coi forti. Per ricoprire degnamente un pubblico incarico non è sufficiente “non rubare”; bisogna dare il massimo, impegnarsi fino in fondo, assolvere al proprio dovere e farsi carico delle proprie responsabilità senza tirarsi indietro; fare il proprio dovere non vuol dire evitare i problemi nascondendosi dietro un codice o un cavillo di legge ma significa ricercare e conseguire degli obiettivi precisi che concretamente migliorino le condizioni di vita, di sicurezza e di convivenza civile della cittadinanza. Indossare una divisa infatti non ci rende migliori di ciò che siamo, non modifica la nostra personalità né tanto meno la annulla. Anzi amplifica i nostri pregi e difetti. Per questo nelle nostre decisioni è sempre il buon senso che deve prevalere, mai il nostro carattere o la nostra personale presunzione. Questo è il mio ricordo di Pietro Raia.

Quando pensiamo alle persone che sono passate prima di noi, cos’è che in fondo ci rimane, di queste persone? Il ricordo che ne abbiamo non è la somma delle loro azioni, che come tutte le azioni umane possono essere giuste o sbagliate, anche a secondo dei diversi punti di vista.   Le azioni umane sono per loro natura imperfette. Soltanto le nostre intenzioni possono essere perfette. Allora probabilmente è proprio questo che ricordiamo di una persona che non c’è più: ricordiamo cioè non più le singole o l’insieme delle sue azioni, ma riusciamo finalmente, liberi dal condizionamento del presente, a intravederne le intenzioni e solo allora riusciamo a intendere la natura di quella persona, se fosse cioè o no, una persona animata da buone intenzioni, di disponibilità, di generosità e di altruismo.

Oggi le nostre intenzioni sono queste: ciò che intendiamo fare non è un atto formale, un passaggio obbligato o dettato da opportunità del momento; ciò che intendiamo fare è qualcosa di molto più semplice, di sincero, è dedicare al ricordo del collega Pietro Raia questo nuovo Comando. Lo facciamo perché sentiamo ancora vive le sue buone intenzioni, il suo attaccamento all’istituzione, il saper agire, la disponibilità a trovare sempre soluzioni condivise, la voglia di far prevalere sempre il buon senso, il raziocinio del padre di famiglia. Ringrazio il Sindaco e la Giunta per aver condiviso e approvato la nostra proposta in tal senso.

Sappiamo che Pietro ci rappresenta tutti, che con lui onoriamo degnamente anche gli altri colleghi, penso a Filippo Caronna, a  Peppino Rumore, Enzo Marino, che prematuramente ci hanno lasciati.

Noi scriviamo il suo nome sulla targa di questa porta, una porta che sarà sempre aperta, com’è giusto che sia, perché ritorni allo scopo per il quale è stata costruita, di accesso ad un luogo di lavoro e di servizio, che è anche un luogo di ascolto e di aiuto, pur rimanendo un ufficio di polizia, con i propri doveri e le proprie prerogative, di correzione e di repressione talvolta anche dura, ma sempre in funzione del comportamento del singolo cittadino col fine di tutelare i diritti tutti gli altri.

Nel ringraziare per la loro presenza Marisa, Enzo, Viviana , Massimiliano, il piccolo Pietro e gli altri familiari, siamo certi che con questa nostra dedica rendiamo onore ad un uomo delle istituzioni, ad un uomo del popolo, ad un umile servitore della città ma che  così facendo la dedichiamo a noi stessi, confidando che le sue intenzioni diventino le nostre, e sapendo che Pietro rappresenta tutti noi, perché Pietro è uno di noi.

A lui in questo momento va il nostro pensiero, il nostro grazie ed il nostro plauso.

 

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