Inaugurazione del comando Pietro Raia articolo 2 di 3. L’intervento del prof. Nicola Filippone

Inaugurazione del comando Pietro Raia articolo 2 di 3. L’intervento del prof. Nicola Filippone

Gentili autorità e amici bisacquinesi, nei giorni scorsi ho riflettuto a lungo su quel che avrei detto partecipando a quest’evento e, non so quanto involontariamente, immerso nei miei ricordi personali, mi sono rivisto bambino aggirarmi per le stanze del municipio, di questo luogo dove, percorrendo pochi metri da casa mia, dopo che mi era stato raccomandato di guardare a destra e a sinistra prima di attraversare, giungevo, accompagnato dallo sguardo attento e preoccupato di mia madre, che rimaneva affacciata alla finestra fino a quando non mi vedeva entrare nella stanza di mio padre, situata proprio di fronte alle imposte di casa nostra. In realtà quell’ambiente mi era così familiare che, con la capacità di giudizio di allora, per l’accoglienza che ogni giorno ricevevo e per la conoscenza che ormai ne avevo, pensavo di continuare ad essere sempre a casa mia.

E lì, come quando si è a casa propria, assecondavo l’unica azione che lavolontà di un bambino spinge a compiere: giocare. I miei giocattoli erano le penne, le matite, le gomme, i righelli, cui si aggiungevano le macchine da scrivere, le cucitrici, i timbri e un grande tavolo da disegno, che dominava nell’ufficio tecnico, posto al piano superiore, dove c’era uno sgabello girevole, che era la mia attrazione principale. Accanto la sala consiliare, che solitamente era chiusa a chiave e questo accresceva la mia curiosità e, nel contempo, accendeva un senso di rispetto, che mantenevo anche quando, in vista di una seduta, la trovavo aperta e vi potevo entrare. Da lì un lungo andito conduceva all’ufficio anagrafe e più avanti ancora c’era una porta, perennemente chiusa, da cui il sig. Scibetta (u zu Sariddu) passava per salire all’orologio e caricarlo ogni ventiquattrore. Al primo piano invece, dal lato della piazza, la stanza del sindaco, nella quale si poteva accedere anche da un’altra entrata, che comunicava con l’ufficio del segretario e, sopra il portone d’ingresso, vi era un luogo dove un tempo si tenevano le visite militari, per questo vi si conservava uno strano metro verticale che era servito a misurare le future reclute e adesso si impiegava per aggiornare i dati della carta d’identità. Di tanto in tanto anch’io mi facevo misurare, speranzoso di guadagnare qualche centimetro, tra una misurazione e l’altra. A sinistra, dopo l’ufficio di papà, uno strano corridoio con una strozzatura corrispondente ad una nicchia della chiesa matrice inagibile per il terremoto del ’68, terminava con l’ufficio delle guardie comunali, così si chiamavano allora. Lì ho trascorso le mie ore più belle, innanzitutto per il fascino esercitato dalla divisa, ho ancora impresso nella memoria un brindisi tra impiegati, il giorno in cui si indossarono delle uniformi nuove.

Ma c’era anche una ragione anagrafica che mi avvicinava ai componenti quell’ufficio, era infatti appena andata in pensione la vecchia generazione formata dai vari Lo Grande, Ceravolo, Nicolosi, rimaneva in servizio il sig. Pietro Cammarata, che aveva svolto le mansioni di capoguardia ed erano stati da poco assunti dei giovani non ancora trentenni: il nuovo comandante Gaspare Pizzitola, Pietro Raia e Nino Scalia. Successivamente fecero il loro ingresso Nino Ferraro e Filippo Caronna, ricordo benissimo i loro primi giorni tra le battute e l’incoraggiamento dei colleghi più anziani. A queste persone ho sempre dato del tu, non per mancanza di rispetto, ma per l’affetto che mi univa a loro e di cui ho avuto modo di percepire la simpatia e la benevolenza. A questo corpo affiatato e compatto si era pure unito Peppino Rumore, da poco congedatosi dall’arma dei carabinieri e perciò tornato a Bisacquino. Per una presunta somiglianza con Gino Cervi, protagonista dello sceneggiato televisivoLe inchieste del commissario Maigret, cominciammo subito a chiamarlo “il commissario”, appellativo affettuoso di cui egli si fregiava e che conservò per tutta la vita.

Sappiamo quanto siano frequenti i processi di identificazione nei bambini e come, alimentati, essi spalanchino gli orizzonti della loro fantasia, ebbene, fra tutti gli impiegati io mi identificavo nelle guardie, entravo nell’ufficio come se fossi uno di loro e, forse anche per questo, già allora le chiamavo per nome. Un giorno vidi in un negozio di abbigliamenti una giacca blu con le spalline e dei vistosi bottoni dorati, chiesi ed ottenni dai miei genitori che me l’acquistassero, ma prima di indossarla aspettai che, col sopraggiungere dell’autunno, le guardie uscissero in giacca e non più in camicia e così anch’io potei mettere la mia “divisa”. Ovviamente non mi mancavano il fischietto, la paletta e il distintivo di cui i negozi di giocattoli di allora erano forniti. Più difficile era adattare un berretto con l’aquila, ma anche a questo si trovò un rimedio, grazie al carissimo e ingegnoso Luigi Ficarella. Avendo intuito il mio desiderio, egli realizzò per me una feluca bianca di cartone, con una grande aquila rossa al centro, e un soggolo regolabile. A distanza di tanti anni, non riesco ancora a capacitarmi di come abbia fatto, per me è stata una magia della quale continuo a ringraziarlo tutt’ora. Col passare del tempo altri elementi si sarebbero aggiunti a completare l’immagine e l’idea delle nostre guardie, per esempio le motociclette, due mitiche Moto Guzzi, alla cui guida associamo ancora Nino Ferraro, Filippo Caronna e soprattutto Pietro Raia, quest’ultimo lo vediamo col casco bianco e gli inseparabili Ray Ban verdi, che gli valsero in poco tempo, presso gli amici, il soprannome di Serpico, il personaggio di un fortunato film poliziesco, interpretato da Al Pacino. Si voleva simpaticamente alludere al suo fiuto professionale e all’indubbio senso del dovere che avrebbe mostrato sino alla fine, anche quando la sofferenza avrebbe minato le energie fisiche, lasciando però intatto il grande entusiasmo per il suo lavoro. Poi arrivarono le automobili, dapprima una Fiat Panda nella quale una volta salii personalmente proprio assieme a Pietro Raia, divenuto nel frattempo vice comandante, per censire le edicole votive di maiolica, dopo che ripetuti furti avevano spinto alcuni di noi a rivolgerci alla sovrintendenza per proteggere quelle che ancora sopravvivevano.

Il 1° gennaio 1976 papà era andato in pensione, ma per me il municipio ha continuato ad essere una seconda casa e gli impiegati dei familiari, quantunque col tempo esso si sia quasi del tutto rinnovato. Il cambiamento ha riguardato anche le guardie, che son poi diventate polizia municipale e hanno visto l’apprezzata presenza delle donne. Sono certamente cresciute la loro competenza e la dedizione; l’impiego della tecnologia ha consentito un controllo più ampio del territorio, senza mai perdere il fondamentale contatto con la gente, soprattutto con i più deboli e i bisognosi di aiuto e sicurezza. Purtroppo alcuni di loro ci hanno prematuramente lasciato: Filippo Caronna se n’è andato troppo precocemente, quando era ancora in servizio, improvvisamente sono scomparsi Nino Scalia, Peppino Rumore ed Enzo Marino, quest’ultimo pure in servizio. Di recente, dopo avere lottato tenacemente contro una malattia che da anni lo affliggeva, si è spento Pietro Raia al quale oggi viene dedicata questa nuova sede. In tali dolorose circostanze siamo stati testimoni dell’affetto e della solidarietà dei bisacquinesi che, partecipando numerosissimi alle esequie, hanno tributato il doveroso omaggio a questi amici mai dimenticati.

Oggi la polizia municipale si insedia in un luogo che è stato per anni il simbolo del diritto e del patriottismo, essendo stato dal 1884 la casa di Giuseppe Cantavespri, notaio e avvocato, il cui figlio, Vincenzo, anch’egli giurista, nel 1916 cadde eroicamente nella prima guerra mondiale. Di questo illustre passato rimangono due pregevoli testimonianze artistiche: la prima è qui davanti ed è il busto di Vincenzo Cantavespri, dello scultore Francesco Garufi che negli anni Venti realizzò anche il monumento ai caduti, posto nella nostra villa comunale. L’altra è la tomba della famiglia Cantavespri, nel cimitero di Bisacquino, ornata di una scultura raffigurante la Giustizia, opera del celeberrimo Mario Rutelli, artista palermitano attivo all’inizio del Novecento, autore, fra l’altro, di svariati lavori della Palermo liberty, e richiesto anche a Roma e in altri Stati europei quali la Germania e l’Inghilterra. Dello stesso autore, esiste anche un medaglione sul sarcofago del can. D’Armata.

Durante il fascismo questa casa è diventata caserma dei carabinieri, qui trasferitasi da una vicina abitazione nel Corso Triona, dove oggi vive il sacerdote Ignazio Pizzitola. In quegli anni Bisacquino aveva una popolazione maggiore e per questo ospitava altre istituzioni come la pretura, il carcere mandamentale e la tenenza dei carabinieri. In questa caserma sono passate due vittime della mafia, all’epoca impegnate su fronti diversi e in parte contrapposti, ma accomunate dallo stesso desiderio di giustizia. Alla fine degli anni Quaranta Carlo Alberto Dalla Chiesa, giovane capitano a Corleone, vi tenne degli interrogatori mentre indagava per il delitto di Placido Rizzotto. Nel 1950, durante le lotte contadine che portarono all’occupazione di Santa Maria del Bosco, i carabinieri tradussero qui alcuni arrestati, tra cui Pio La Torre, questo fatto causò una sommossa popolare e la caserma fu cinta d’assedio da alcuni facinorosi che chiedevano minacciosamente la liberazione dei prigionieri. Il peggio fu scongiurato dal coraggio e dal senso di responsabilità del tenente Panzuti, che con fermezza e buon senso, riuscì ad ammansire la folla e a permettere che i detenuti partissero alla volta di Palermo.

Avendo appreso che nel mirino dei jihadisti arrestati nel nord Italia c’erano alcuni carabinieri, ritengo di potere esprimere a nome di tutti la solidarietà alla Benemerita attraverso la rappresentanza presente.

Dopo i carabinieri si stabilì qui la scuola che oggi porta il nome del suo fondatore, il decano don Calogero Di Vincenti e quando essa si spostò a monte del paese, i locali rimasero inutilizzati per svariati anni.

La decisione di destinarla oggi alla polizia municipale ha certamente il merito di concorrere al ripopolamento di un centro storico che negli ultimi tempi ha subito un vero e proprio esodo. Troppa gente ha preferito stabilirsi alla periferia del paese o nei quartieri di nuova costruzione, per non parlare di chi è stato costretto ad emigrare per motivi economici. Occorre al più presto invertire questa tendenza e promuovere politiche e iniziative culturali capaci di arginare tale fenomeno. Penso che chiunque attraversi il corso avverta un senso di tristezza e desolazione accorgendosi di quante porte sono state definitivamente chiuse. È arrivato il tempo di riaprirle se non vogliamo rischiare di perdere la nostra identità ed approdare a mete indefinite e confuse. Soprattutto i più giovani hanno bisogno di tornare all’interno delle mura cittadine, per recuperare il senso della moderazione e della integrazione con il resto della cittadinanza. Uno studioso di storia antica, Jan Assman, afferma che la vita di un popolo si fonda sulla memoria comune e sulla condivisione delle leggi. Io credo che a partire da oggi queste due condizioni possano trovare attuazione in questo luogo dove la storia è passata, lasciando vestigia indelebili e l’osservanza delle regole ne costituisce la ragion d’essere. 

Concludo con un’ultima testimonianza: pochi giorni prima che Pietro Raia andasse in pensione, mi intrattenni piacevolmente con lui in piazza a passeggiare, rievocando il passato, ad un certo punto gli chiesi se tra le nuove leve ci fosse qualcuno che, secondo lui, potesse raccogliere la sua eredità di esperienza e di passione per il lavoro. – Ce l’hai dietro – mi disse sorridendo. Mi voltati e vidi Ignazio Bacile. Auguri, comandante, buon lavoro a te e ai tuoi colleghi.4ad6df0790d749b51a9680aaf0316ad3_L

Comments are closed.